Intervento del dott.
Luigi Tallarico
alla presentazione del libro
"Rivelazione"
di Alessandro D'Agostini
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Un secolo fa il poeta Marinetti avviava la liberazione della poesia dai legamenti sintattici e dalle leggi metriche in nome di quella simultaneità che rende la parola più prensile e vivace, più colorata e rutilante, soprattutto "scissa da un centro di irradiazione", come noterà De Robertis dall'esame della forma poetica dannunziana. In nome della vivacissima e allarmata sensibilità del poeta Marinetti, il suo "immaginario sanguinario" (come lo chiama Gaetano Mariani) ha dato corpo e vitalità all'estenuato simbolismo, da cui la sua poesia -per un verso- era debitrice e -per l'altro- era il vero e proprio superamento.

Il richiamo alla tensione lirica di quei poeti, che si contrapponevano alla ricerca plastico-statica, riferita alla razionalità di una società abitudinaria, patriarcale e sicura, in nome dell'inquietudine del tempo industriale avanzante, ci sembra adeguata a comprendere (prendere con sé) il percorso della poesia di Alessandro D'Agostini. Al superamento della sua bipolarità dialettica, tra progetto e realtà, come dire tra Essere e Divenire, tra azione diretta sulla realtà e la realtà che si riflette nel messaggio poetico, con i suoi problemi di ordine irrazionale, crediamo di far risalire la rottura, operata dai poeti dell'azione, nei confronti di quel mondo dal quale in effetti erano partiti. Nella specie: il crepuscolarismo esistenziale e il futurismo anarchico. Ma mentre ieri il motivo dell'azione era diretto a caratterizzare, e in certo senso, a superare, le forme raggelate dell'accademismo o, per converso, gli svenevoli e folli loisires della belle epoque?; oggi l'azione lirica di D'Agostini, e dei nuovi poeti dell'azione, è diretta a scongiurare i guasti provocati dall'ermetismo sulla parola, diventata intangibile e preservata entità letteraria, non veicolo della lotta e dell'ironia della vita. Ma anche a scongiurare l'allontanamento della realtà in mondi "altri", nel lontano ricordo metafisico e nel mare magnum del profondo, in cui -come si sa- le crisi spirituali vengono retrodatate o rimosse in un tempo e per un tempo indefinito e improbabile. Ossia in una società -dice D'Agostini- "nevrotica, drogata di placebo, infossata da facili scelte di conformismo dormiente e mortale... in una società di soffocate libertà, di diffuse ipocrisie per rimuovere lo scomodo, il fastidioso"... In definitiva: in una "società dove non posso esercitare me stesso"...

Infatti l'azione in D'Agostini ha il significato della trasformazione, moto in avanti, non solo per spazzare le forme retre, ma per ricondurre la certezza classica in quella incertezza che è insieme vitale e creativa, perché senza salvacondotti o viadotti prestabiliti, soprattutto perché dominata dalle infinite probabilità del nostro tempo da poco uscito indenne dal conflitto storico tra razionalismo e irrazionalismo. Infatti contro la menzogna metafisica, ma anche contro le certezze ipostatiche di un cartesianesimo che nega l'imprevedibile, D'Agostini esorta a considerare l'imprevedibilità e l'hasard della vita, senza negare purtuttavia la volontà di affermazione dell'io. "Pur avendone coscienza -non essere- continuo a voler affermare la presenza del mio io, che -ahimè- traspare più di un cristallo Sarà; frantumato dai bimbi che lanciano pietre nel nulla, per caso, come in un incidente".

D'Agostini non prende partito nella contrapposizione storica tra razionalismo e irrazionalismo, proprio perché essa ha riguardato il conflitto di ieri, tra Hegel e Nietzsche, tra Goethe e Holderlin. Non capita più che le aule universitarie -come avveniva ieri- traboccassero di interesse per le lezioni di Hegel, mentre quelle occupate da Schopenhauer restavano vuote, dal momento che il mondo moderno delle avanguardie ha capovolto i valori, e non solo ha dimostrato che la razionalità è sovente popolata da mostri -i mostri della superbia- Ma ha emarginato ed accantonato gli orgogli del razionalismo trionfante.

Contro l'assoluta razionalità del reale, inteso come teologia, nella celebrazione di Hegel, in questo secolo si è contrapposto il tema dell' "inattualità" nietzschana della storia, in favore dell'impegno dell'uomo che si consuma nel presente: "Solo in quanto la storia serva la vita, vogliamo servire la storia", ha scritto Nietzsche. Al dubbio sollevato sull'impossibilità di fare a meno della storia, Nietzsche risponde: "Certo, noi abbiamo bisogno della storia, ma ne abbiamo bisogno in modo diverso da come ne ha bisogno l'ozioso raffinato nel giardino del sapere... Ossia ne abbiamo bisogno per la vita e per l'azione, non per il comodo ritrarci dalla vita e dall'azione, o addirittura per l'abbellimento della vita egoistica e dell'azione vile e cattiva". E all'invocazione di Nietzsche, D'Agostini non può che far seguire l'accusa alla "Società derelitta di vero vivere, reale tensione alla conoscenza... Società dormiente e mortale... per mettere a tacere le messe in discussione". La storia non ci riguarda, la storia come passato che non passa nella vita di oggi è un controsenso, perché il teatro dell'azione è l'oggi: "Sono stufo -dice D'Agostini- "di essere in vita senza vivere!" Proprio perché vi è questo conflitto nella sua lirica, che pone l'immaginario conto il razionale e l'astoricismo contro la storicità, nutrita e mantenuta in vita dalla logica del passato, il poeta ha cercato di contrapporre alla "ruminazione del senso storico, la libera esistenza di un presente attivo, convinto con Giambattista Vico, che l'arte è attività della fantasia; irrazionale e creatrice di immagini. Proprio perché la vita non è un processo obbligato e non obbedisce alle regole della gnosi, il poeta dell'Azione sa che la vita è continua e fantastica creazione e rivelazione e che "la fantasia - dice Vico- è tanto più robusta, quanto è più debole il raziocinio" E allora diciamo con D'Agostini che la vita è imprevedibile e che il poeta sa di "congiungere l'incongiungibile, sotto il chiarore accecante della rivelazione"

Luigi Tallarico

<<Copywrite of Young Action Poets' Moviment>>