"Chiudiamo le scuole" di Giovanni Papini


Diffidiamo de' casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono
o vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme, Manicomi,
Scuole, Ministeri, Conventi. Codeste pubbliche architetture son di malaugurio:
segni irrecusabili di malattie generali. Difesa contro il delitto - contro la
morte - contro lo straniero - contro il disordine - contro la solitudine -
contro tutto ciò che impaurisce l'uomo abbandonato a sé stesso: il vigliacco
eterno che fabbrica leggi e società come bastioni e trincee alla sua
tremebondaggine.
Vi sono sinistri magazzini di uomini cattivi - in città e in campagna e sulle
rive del mare - davanti a' quali non si passa senza terrore.
Lì son condannati al buio, alla fame, al suicidio, all'immobilità,
all'abbruttimento, alla pazzia, migliaia e milioni di uomini che tolsero un po'
di ricchezza a' fratelli più ricchi o diminuirono d'improvviso il numero di
questa non rimpiangibile umanità. Non m'intenerisco sopra questi uomini ma
soffro se penso troppo alla loro vita - e alla qualità e al diritto de' loro
giudici e carcerieri. Ma per costoro c'è almeno la ragione della difesa contro
la possibilità di ritorni offensivi verso qualcun di noialtri.
Ma cosa hanno mai fatto i ragazzi, gli adolescenti, i giovanotti che dai sei
fino ai dieci, ai quindici, ai venti, ai ventiquattro anni chiudete tante ore
del giorno nelle vostre bianche galere per far patire il loro corpo e magagnare
il loro cervello? Gli altri potete chiamarli - con morali e codici in mano -
delinquenti ma quest'altri sono, anche per voi, puri e innocenti come usciron
dall'utero delle vostre spose e figliuole. Con quali traditori pretesti vi
permettete di scemare il loro piacere e la loro libertà nell'età più bella della
vita e di compromettere per sempre la freschezza e la sanità della loro
intelligenza?

Non venite fuori colla grossa artiglieria della retorica progressista: le
ragioni della civiltà, l'educazione dello spirito, l'avanzamento del sapere…
Noi sappiamo con assoluta certezza che la civiltà non è venuta fuor dalle scuole
e che le scuole intristiscono gli animi invece di sollevarli e che le scoperte
decisive della scienza non son nate dall'insegnamento pubblico ma dalla ricerca
solitaria disinteressata e magari pazzesca di uomini che spesso non erano stati
a scuola o non v'insegnavano.
Sappiamo ugualmente e con la stessa certezza che la scuola, essendo per sua
necessità formale e tradizionalista, ha contribuito spessissimo a pietrificare
il sapere e a ritardare con testardi ostruzionismi le più urgenti rivoluzioni e
riforme intellettuali.
Soltanto per caso e per semplice coincidenza - raccoglie tanta di quella gente!-
la scuola può essere il laboratorio di nuove verità.
Essa non è, per sua natura, una creazione, un'opera spirituale ma un semplice
organismo e strumento pratico. Non inventa le conoscenze ma si vanta di
trasmetterle. E non adempie bene neppure a quest'ultimo ufficio - perché le
trasmette male o trasmettendole impedisce il più delle volte, disseccando e
storcendo i cervelli ricevitori, il formarsi di altre conoscenze nuove e
migliori.
Le scuole, dunque, non son altro che reclusori per minorenni istruiti per
soddisfare a bisogni pratici e prettamente borghesi.

Quali?
Per i genitori, nei primi anni, sono il mezzo più decente per levarsi di casa i
figliuoli che danno noia. Più tardi entra in ballo il pensiero dominante della
"posizione" e della "carriera".
Per i maestri c'è soprattutto la ragione di guadagnarsi pane, carne e vestiti
con una professione ritenuta "nobile" e che offre, in più, tre mesi di vacanza
l'anno e qualche piccola beneficiata di vanità. Aggiungete poi a questo la
sadica voluttà di potere annoiare, intimorire e tormentare impunemente, in capo
alla vita, qualche migliaio di bambini o di giovani.
Lo Stato mantiene le scuole perché i padri di famiglia le vogliono e perché lui
stesso, avendo bisogno tutti gli anni di qualche battaglione di impiegati,
preferisce tirarseli su a modo suo e sceglierli sulla fede di certificati da lui
concessi senza noie supplementari di vagliature più faticose.
Aggiungete che sulle scuole ci mangiano ispettori, presidi, bidelli,
preparatori, assistenti, editori, librai, cartolai e avrete la trama completa
degli interessi tessuti attorno alle comunali e regie e pareggiate case di pena.
Nessuno - fuorché a discorsi - pensa al miglioramento della nazione, allo
sviluppo del pensiero e tanto meno a quello cui si dovrebbe pensar di più: al
bene dei figliuoli.
Le scuole ci sono, fanno comodo, menano a qualche guadagno: ficchiamoci maschi e
femmine e non ci pensiamo più.

L'uomo, nelle tre mezze dozzine d'anni decisive nella sua vita (dai sei ai
dodici, dai dodici ai diciotto, dai diciotto ai ventiquattro), ha bisogno, per
vivere, di libertà.
Libertà per rafforzare il corpo e conservarsi la salute, libertà all'aria
aperta: nelle scuole si rovina gli occhi, i polmoni, i nervi (quanti miopi,
anemici e nevrastenici possono maledire giustamente le scuole e chi l'ha
inventate!)
Libertà per svolgere la sua personalità nella vita aperta dalle diecimila
possibilità, invece che in quella artificiale e ristretta delle classi e dei
collegi.
Libertà per imparare veramente qualcosa perché non s'impara nulla di importante
dalle lezioni ma soltanto dai grandi libri e dal contatto personale colla
realtà. Nella quale ognuno s'inserisce a modo suo e sceglie quel che gli è più
adatto invece di sottostare a quella manipolazione disseccatrice e uniforme ch'è
l'insegnamento.
Nelle scuole, invece, abbiamo la reclusione quotidiana in stanze polverose piene
di fiati - l'immobilità fisica più antinaturale - l'immobilità dello spirito
obbligato a ripetere invece che a cercare - lo sforzo disastroso per imparare
con metodi imbecilli moltissime cose inutili - e l'annegamento sistematico di
ogni personalità, originalità e iniziativa nel mar nero degli uniformi
programmi. Fino a sei anni l'uomo è prigioniero di genitori, bambinaie e
istitutrici; dai sei ai ventiquattro è sottoposto a genitori e professori; dai
ventiquattro è schiavo dell'ufficio, del caposezione, del pubblico e della
moglie [sic!]; tra i quaranta e i cinquanta vien meccanizzato e ossificato dalle
abitudini (terribili più d'ogni padrone) e servo, schiavo, prigioniero, forzato
e burattino rimane fino alla morte.
Lasciateci almeno la fanciullezza e la gioventù per godere un po' d'igienica
anarchia!

L'unica scusa (non mai bastante) di tale lunghissimo incarceramento scolastico
sarebbe la sua riconosciuta utilità per i futuri uomini. Ma su questo punto c'è
abbastanza concordia fra gli spiriti più illuminati. La scuola fa molto più male
che bene ai cervelli in formazione.
Insegna moltissime cose inutili, che poi bisogna disimparare per impararne molte
altre da sé.
Insegna moltissime cose false o discutibili e ci vuol poi una bella fatica a
liberarsene - e non tutti ci arrivano.
Abitua gli uomini a ritenere che tutta la sapienza del mondo consista nei libri
stampati.
Non insegna quasi mai ciò che un uomo dovrà fare effettivamente nella vita, per
la quale occorre poi un faticoso e lungo noviziato autodidattico.
Insegna (pretende d'insegnare) quel che nessuno potrà mai insegnare: la pittura
nelle accademie; il gusto nelle scuole di lettere; il pensiero nelle facoltà di
filosofia; la pedagogia nei corsi normali; la musica nei conservatori.
Insegna male perché insegna a tutti le stesse cose nello stesso modo e nella
stessa quantità non tenendo conto delle infinite diversità d'ingegno, di razza,
di provenienza sociale, di età, di bisogni ecc.
Non si può insegnare a più d'uno. Non s'impara qualcosa dagli altri che nelle
conversazioni a due, dove colui che insegna si adatta alla natura dell'altro,
rispiega, esemplifica, domanda, discute e non detta il suo verbo dall'alto.
Quasi tutti gli uomini che hanno fatto qualcosa di nuovo nel mondo o non sono
mai andati a scuola o ne sono scappati presto o sono stati "cattivi" scolari.
(I mediocri che arrivano nella vita a fare onorata e regolare carriera e magari
a raggiungere una certa fama sono stati spesso i "primi" della classe.)
La scuola non insegna precisamente quello di cui si ha più bisogno: appena
passati gli esami e ottenuti i diplomi bisogna rivomitare tutto quel che s'è
ingozzato in quei forzati banchetti e ricominciare da capo.
Vorrei che i nostri dottori della legge, per i quali la scuola è il tempio delle
nuove generazioni e i manuali approvati sono i sacri testamenti della religion
pedantesca, leggessero almeno una volta il saggio di Hazlitt sull'Ignoranza
delle persone istruite, che comincia così: "La razza di gente che ha meno idee è
formata da quelli che non son altro che autori o lettori. E' meglio non saper né
leggere né scrivere che saper leggere e scrivere, e non essere capaci d'altro".
E più giù: "Chiunque è passato per tutti i gradi regolari d'una educazione
classica e non è diventato stupido, può vantarsi d'averla scappata bella".
Credo che pochissimi potrebbero - se sapessero giudicarsi da sé - vantarsi di
una tal resistenza. E basta guardarsi un momento attorno e vedere quale sia la
media intelligenza de' nostri impiegati, dirigenti, professionisti e governanti
per convincersi che Hazlitt ha centomila ragioni. Se cìè ancora un po'
d'intelligenza nel mondo bisogna cercarla fra gli autodidatti o fra gli
analfabeti.

La scuola è così essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli
scolari ma anche i maestri. Ripeti e ripeti anni dopo anni le medesime cose,
diventano assai più imbecilli e immalleabili di quel che fossero al principio -
e non è dir poco.
Poveri aguzzini acidi, annoiati, anchilosati, vuotati, seccati, angariati,
scoraggiati che muovon le loro membra ufficiali e governative soltanto quando si
tratta di aver qualche lira di più tutti i mesi!

Si parla dell'educazione morale delle scuole. Gli unici risultati della
convivenza tra maestri e scolari è questa: serviltà apparente e ipocrisia dei
secondi verso i primi e corruzione reciproca tra compagni e compagni.
L'unico testo di sincerità nelle scuole è la parete delle latrine.

Bisogna chiuder le scuole - tutte le scuole. Dalla prima all'ultima. Asili e
giardini d'infanzia; collegi e convitti; scuole primarie e secondarie; ginnasi e
licei; scuole tecniche e istituti tecnici; università e accademie; scuole di
commercio e scuole di guerra; istituti superiori e scuole d'applicazione;
politecnici e magisteri. Dappertutto dove un uomo pretende d'insegnare ad altri
uomini bisogna chiuder bottega. Non bisogna dar retta ai genitori in imbarazzo
né ai professori disoccupati né ai librai in fallimento. Tutto s'accomoderà e si
quieterà col tempo. Si troverà il modo di sapere (e di saper meglio e in meno
tempo) senza bisogno di sacrificare i più begli anni della vita sulle panche
delle semiprigioni governative.
Ci saranno più uomini intelligenti e più uomini geniali; la vita e la scienza
andranno innanzi anche meglio; ognuno se la caverà da sé e la civiltà non
rallenterà neppure un secondo. Ci sarà più libertà, più salute e più gioia.
L'anima umana innanzi tutto. E' la cosa più preziosa che ognuno di noi possegga.
La vogliamo salvare almeno quando sta mettendo le ali. Daremo pensioni vitalizie
a tutti i maestri, istitutori, prefetti, presidi, professori, liberi docenti e
bidelli purché lascino andare i giovani fuor dalle loro fabbriche privilegiate
di cretini di stato. Ne abbiamo abbastanza dopo tanti secoli.
Chi è contro la libertà e la gioventù lavora per l'imbecillità e per la morte.

Giovanni Papini
1 giugno 1914