Marinetti e il Futurismo
di Filippo Tommaso Marinetti



Al grande e caro
Benito Mussolini
dedico quest'opera

Ho vissuto con Mussolini giorni tragici, certamente rivelatori. Posso scolpirne la tipica ed eccezionale figura.
Mussolini è un temperamento esuberante, strapotente, veloce. Non è un ideologo. Se fosse un ideologo, sarebbe incatenato dalle idee che sono spesso lente, o dai libri che sono sempre morti. Egli è invece libero, scatenatissimo.
Fu socialista e internazionalista, ma soltanto in teoria. Rivoluzionario sì, ma pacifista mai. Doveva necessariamente finire coll'obbedire al suo patriottismo speciale, che io chiamo fisiologico. Patriottismo fisiologico, poiché fisicamente egli è costruito all'italiana, sbozzato da mani ispirate e brutali, forgiato, scolpito su modello delle prepotenti rocce della nostra penisola.
Mascelle quadrate stritolatrici. Labbra prominenti, sprezzanti, che sputano con spavalderia e aggressività su tutto ciò che è lento, pedante, meticoloso. Testa massiccia solidissima, ma gli occhi corrono ultradinamici, gareggiando con la velocità delle automobili nelle pianure lombarde. Lampeggia a destra e a sinistra la
cornea bianchissima di lupo. 
Il cappello tondo di feltro nero ricalcato giù sul nero intenso degli occhi come le tonde nuvole nere che pesano sul nero intenso dei burroni appenninici. Se si toglie il cappello, splende come una lampada elettrica la calvizie di Verlaine, D'Annunzio e Marinetti.
Il bavero del cappotto sempre alzato, per istintivo bisogno di mascherare le parole violente che complottano in bocca, romagnole.
La mano destra nella tasca del cappotto impugna il bastone come una sciabola ritta lungo i muscoli del braccio.
Piegato a gomiti larghi sullo scrittoio, le braccia pronte come leve, minaccia di balzare al disopra delle carte sullo scocciatore o il nemico. Oscillazione del suo torso agile da destra a sinistra e da sinistra a destra, per scartare le cose vane. Quando s'alza per parlare tende in avanti la testa dominatrice, proiettile quadrato, scatola piena di buon esplosivo, cubica volontà di Stato.
Ma l'abbassa, per concludere, pronto a colpire nel petto o meglio sventrare la questione con la forza di un toro. Eloquenza futurista bene masticata da denti d'acciaio, plasticamente scolpita dalla sua mano intelligente, che sbriciola la plastilina inutile degli argomenti avversari. Talvolta, il gran gesto-pugno-immagine-convinzione, per aprire un varco negli intrichi delle obiezioni.
La sua volontà fende la folla come un mas veloce già siluro che esplode. Temerario ma sicuro, poiché il suo buonsenso elastico ha regolato la distanza. Senza crudeltà, poiché ride la sua sensibilità vibrante fresca lirica infantile. Ricordo come sorrideva, d'un bel riso bambino, contando e ricontando venti colpi del suo enorme revolver nello sgabuzzino direzionale di Via Paolo da Cannobio. Ricordo quanto liricamente cercava le belle rose patriottiche tra i reticolati spinosi e accarezzava sportivamente i cavalli di Frisia che ingombravano il cortiletto della redazione del " Popolo d'Italia " assediata nel 1919.
Bambino lirico armato d'intuito fulmineo, Mussolini parlava ai rappresentanti e giornalisti esteri, senza pudori culturali, così: " Noi siamo un popolo giovane che vuole e deve creare e rifiuta d'essere un sindacato di albergatori e di guardiani di museo. Il nostro passato artistico è ammirevole. Ma quanto a me, sarò entrato tutt'al più due volte in un museo ".
Perciò noi futuristi, divinatori e preparatori della grande Italia d'oggi, siamo lieti di salutare nel quarantenne presidente del Consiglio un meraviglioso temperamento futurista.

Alessandria d'Egitto

- A che pro presentarmi al pubblico? - diranno i miei amici... Marinetti è presentato a tutti i pubblici d'Europa, che lo conoscono perfettamente in tutti i suoi svariati atteggiamenti, sorprendenti, spavaldi, temerari, ma sempre sinceri.
Vi sono innumerevoli leggende da sfatare, correggere o rettificare, calunnie da cancellare... No! No! m'infischio di tutto questo. Seguo piuttosto il mio destino di missionario dell'arte e mi servo volentieri di me stesso, della mia vita intima e dei miei ricordi personali, per colpire una volta di più il passatismo che insozza ancora la mia cara Italia.
Ringrazio le forze che presiedettero alla mia nascita e alla mia adolescenza, perché mi hanno, fino ad oggi, evitata una delle peggiori disgrazie che possano capitare: la Monotonia.
Ebbi una vita tumultuosa, stramba, colorata. Cominciai in rosa e nero; pupo fiorente e sano fra le braccia e le mammelle color carbone coke della mia nutrice sudanese. Ciò spiega forse la mia concezione un po' negra dell'amore e la mia franca antipatia per le politiche e le diplomazie al lattemiele.
Mio padre m'infuse nel sangue la sua tenacia piemontese. Gli devo la sua grande forza di sanguigno volitivo e dominatore, ma fortunatamente non ho il fitto intrico dei suoi cavilli spirituali, né la sua memoria stupefacente, che facevano di lui, nel suo tempo, il più grande avvocato civilista di Alessandria d'Egitto.

Certe sere, laggiù nell'Africa strega,
ci conducevan sulle tue spiagge cupe e deserte, 
triste gregge di collegiali
che docile e lento si trascinava, vigilato
da preti neri e severi... Eravam piccole 
macchie d'inchiostro sulle immateriali
sete di un divin cielo orientale.

Mia madre, che fu tutta una poesia delicatissima e musicale di tenerezze e lacrime affettuose, era milanese. Pur essendo nato ad Alessandria d'Egitto, io mi sento legato alla foresta di camini di Milano e al suo vecchio Duomo.

O Duomo di Milano! Io ti ho spaventato
sfiorando con la mia ala di gabbiano
i tuoi scoscendimenti mostruosi
di secolare scogliera...
Io sono, dici, un milanese che va troppo in fretta

A sei anni fui più volte sgridato severamente, perché sorpreso nell'atto d'innaffiare dal balcone i passanti.
Non passavano, anzi... sostavano i solenni mercanti arabi, prolungando saluti cerimoniosi, con piegamenti di schiena ad arco, sotto i loro turbanti multicolori, per contrattare avidamente biancheria parigina e cassette di frutta, coi sensali ebrei e i cammellieri.
La casa di mio padre ad Alessandria d'Egitto apriva le sue finestre da una parte su una strada popolosa e dall'altra su un vasto recinto folto di palme, morbidi ventagli sulle azzurre risate schiumose del mare africano.
Vivevo le mie giornate su un balconcino di legno in una sognante intimità con le grasse tortore, che, appollaiate fra i regimi di datteri a due metri da me, tubavano melodiosamente, forse per preparare nelle mie orecchie la mia futura sensibilità rumoristica
Quando i mercanti disturbavano col loro vocio le mie tortore amiche, io rubinettavo giù il mio liquido disprezzo infantile.
Nel collegio dei Gesuiti francesi Saint Francois Xavier, per molto tempo imparai soltanto a giocare bene al football, e a cazzottare compagni che denigravano l'Italia. Accadde spesse volte a mia madre, terrorizzata di vedermi insanguinato da questi sports furibondi.
Avevo quattordici anni, quando il padre Bufferne, mio professore di humanité, dichiarò un giorno solennemente, in classe, che una mia descrizione di aurora sorpassava in bellezza tutte quelle di Chateaubriand e mi prediceva la gloria di un grandissimo poeta.
Ebbi una passione folle per una dolce bambina quattordicenne, Mary, alunna d'una scuola di suore attigua al mio collegio. Levantina, grandi occhi di liquirizia, gote di camelia, labbra carnose sensualissime, flessuosa, molle, già femmina, scaltra e piena di malizia. Per baciarla, mi arrampicavo tutti i giorni sulle spalle del mio servo arabo, e dopo essermi scorticato ai vetri aguzzi d'un muretto, aspettavo tra i rami di un fico che ella sfuggisse alla sorveglianza delle suore. Ma sul fico vi erano, talvolta, dei camaleonti, a bere con me l'arsura del pomeriggio. Per meglio contemplarne uno, persi l'equilibrio, un giorno, e caddi lussandomi un braccio.
L'amore per Mary si mescolò ad una mia violenta crisi di misticismo. Dai quattordici ai sedici anni, fui

…l'adolescente
che dava i pruriti del suo corpo snervato
al voluttuoso abbraccio della Sera, 
all'odore dell'incenso e delle ostie inzuccherate,
quando il Mese di Maria,
veniva a visitarci nel parlatorio,
come una donna profumata,
più bella che le sorelle dei miei amici!...

Ma la costrizione religiosa dei miei professori, gesuiti, invece di favorire, stroncò lo slancio del mio misticismo. Fui cacciato dal collegio per avervi introdotto dei romanzi di Zola. Feci i primi debiti per fondare il mio primo giornale " Le papyrus ", gonfio di poesia romantica e d'invettive anticlericali contro i Gesuiti. Mi trovavo però nell'impossibilità di continuare i miei studi classici francesi in Alessandria d'Egitto sotto le furie di mio padre, che si vedeva costretto a mandarmi a Parigi.
Solo, a Parigi. Diciassette anni. Tutte le grisettes del quartiere latino. Tutte le agitazioni studentesche. Un pessimo esame di matematica, ma uno trionfale di filosofia sulle teorie di Stuart Mill. Venni a Milano bachelier ès lettres, con una cultura francese, ma invincibilmente italiano, a dispetto di tutti i fascini parigini.
Mentre mi laureavo in legge all'Università di Genova, una mia poesia in versi liberi: Les vieux marins, comparsa nell' "Anthologie-Revue ", fu premiata da Catulle Mendès e Gustave Kahn, direttori dei Samedis populaires di Sarah Bernhardt, e declamata dalla grande attrice nel suo teatro, gloriosamente.
Coi pochi soldi concessimi da mio padre, nemico giurato di ogni mia letteratura, mi ero precipitato a Parigi. La mia entrata negli ambienti letterari fu l'avvento clamoroso di un giovane nuovo grande poeta: redazioni aperte, editori, riviste, pieni di ossequi.
Si svolse poi la mia campagna letteraria attraverso l'Italia in favore del simbolismo e del decadentismo francese, con innumerevoli conferenze mediante le quali io rivelai all'Italia Baudelaire, Mallarmé, Verlame, Rimbaud, Laforgue, Gustave Kahn, Claudel, Paul Fort, Verhaeren, Jammes. Seguirono la fondazione e lo sviluppo della rivista internazionale " Poesia ", feconda serra calda che fece germogliare e fiorire i migliori poeti nostri giovani: Cavacchioli, Paolo Buzzi, Govoni, Palazzeschi, Gian Pietro Lucini, Luciano Folgore. Così nasceva allora (1905) il Futurismo.
Ero l'autore acclamato della Conquéte des Étoiles, poema lontano dalla realtà, e nondimeno seguivo minuziosamente tutte le agitazioni e le ideologie del movimento socialista italiano, che si cristallizzarono nella mia tragedia Le Roi Bombance. Questo mio re panciuto apparve tempestosamente sulle scene parigine portandovi lo scandalo già futurista dei suoi simboli e delle sue caricature. Parigi fu per un mese squassata dalla trucolenza rivoluzionaria di quest'opera, dalle polemiche pro e contro il Manifesto del Futurismo, apparso nel "Figaro " e da un mio colpo di spada assestato in duello al romanziere Charles-Henry Hirsch. I giornali parigini mi chiamarono: La caffeina d'Europa!
Alternavo le manifestazioni artistiche con quelle politiche.
Al Teatro Lirico di Milano, gremitissimo dopo avere esposti i principi futuristi, difendo e glorifico il generale Asinari di Bernezzo colpito dal Governo per avere pronunciato alle sue truppe un discorso irredentista. Michelangelo Zimolo impone, malgrado il Questore e i carabinieri, la declamazione dell'Ode ad Asinari di Bernezzo scritta da Paolo Buzzi. Chiudo il comizio tumultuosissimo al grido di " Abbasso l'Austria " e vengo arrestato in una violenta dimostrazione studentesca che agita tutta Milano notturna.
A Trieste, vengo arrestato per un audacissimo discorso anti-austriaco e per una difesa del manifesto del Futurismo ormai divenuto popolare.

Fondazione e Manifesto del Futurismo

Questo Manifesto che suscitò interminabili polemiche clamorose in tutti i giornali del mondo fu declamato e imposto da me al pubblico del Teatro Alfieri di Torino per difendere il mio dramma: La donna è mobile, ingiuriando i miei fischiatori. Serate futuriste con Boccioni, Palazzeschi, Russolo, Carrà, Mazza, Altomare, Folgore, Balia, Jannelli, Cangiullo. Violente manifestazioni di disprezzo ai pubblici sistematicamente ostili ad ogni novità. Risse ed arresti.
Luigi Capuana, polemizzando sui giornali di Sicilia in favore del Futurismo, scriveva fra l'altro: " ... Ma nell'intimità di questa lettera di ringraziamento posso prendermi la libertà di dirvi che le naturali spiegabilissime esagerazioni del loro programma non m'impediscono di apprezzare nel loro giusto valore i futuristi. Se avessi cinquant'anni di meno mi dichiarerei uno di loro ".
Vincenzo Gemito scriveva a Marinetti: " Al caro Marinetti un saluto ed un augurio per la sua nobile missione di incoraggiamento e promotore d'un nuovo ideale d'arte in Italia, da un suo amico che ebbe la fortuna di applaudirlo, solo fra un turba, quando in Napoli lanciò il suo nuovo verbo artistico ".
Però i celebri antropologhi Mengazzini e Ferri riunivano i colleghi a congresso per discutere sulla mentalità dei futuristi, e concludevano dichiarandoli paranoici-megalomani.
Il Futurismo si definiva come un grande movimento antifilosofico anticulturale sportivo e guerriero di idee intuiti pugni e revolverate svecchiatori italianizzatori purificatori novatori e velocizzatori, creato da un gruppo di poeti ed artisti italiani geniali.
Fra le tante definizioni io prediligo quella data dai teosofi: " I futuristi sono i mistici dell'azione ". Infatti i futuristi hanno combattuto e combattono il passatismo sedentario sotto tutte le forme: prudenza diplomatica, logica pessimista, neutralismo, tradizionalismo, culto dei libri, biblioteche e musei. Essi hanno adorato e adorano la vita nella sua colorata e tumultuosa varietà illogica e nella sua bellezza muscolare sportiva. Armati di coraggio temerario e innamorati d'ogni pericolo, essi arricchirono l'arte e la sensibilità artistica col succo e colle vibrazioni di una vita impavidamente osata, vissuta, goduta. Creare vivendo. Talvolta contraddirsi. Affermare, slanciarsi, battersi, resistere, riattaccare! Indietreggiare mai! Marciare non marcire!
Nel 1909, mentre i patrioti si contentavano di polemizzare contro i negatori della sognata grande Italia d'oggi, noi futuristi imponevamo la nostra fede spavalda e aggressiva con milioni di manifesti e centinaia di conferenze nei teatri e nelle piazze, inculcando la nostra italianità, orgogliosa e innovatrice con legnate e cazzotti leggendari. Le eroiche serate futuriste educarono coll'esempio. La nostra influenza nell'Italia e nel mondo è stata ed è enorme.
Vedremo poi come Vittorio Veneto e l'avvento del Fascismo al potere costituirono la realizzazione del programma minimo futurista.
Questo programma minimo propugnava l'orgoglio italiano, la fiducia illimitata nell'avvenire degli italiani, la distruzione dell'Impero austroungarico, l'eroismo quotidiano, l'amore del pericolo, la violenza riabilitata come argomento decisivo, la religione della velocità, della novità, dell'ottimismo e dell'originalità, l'avvento dei giovani al potere contro lo spirito parlamentare, burocratico, accademico e pessimista.
Il Futurismo italiano, tipicamente patriottico, che ha generato innumerevoli futuristi esteri, non ha nulla a che fare coi loro atteggiamenti politici, come quello bolscevico del Futurismo russo divenuto arte di Stato.
Il Futurismo è un movimento artistico e ideologico. Interviene nelle lotte politiche soltanto nelle ore di grave pericolo per la Nazione.

Segue a pagina 2